venerdì 31 dicembre 2010

giovedì 25 novembre 2010

"PERCIAVUTTI"...a Mormanno tutto il piacere di un antico rito.


Scriveva Vincenzo Padula intorno alla metà del 1800:

"Mormanno, vigne molte, miste a castagneti e ortaggi.
Si fanno o a conto proprio o a quarto o a metà.....
Le viti si tengono a busto d'uomo, per non infracidire l'uve.
Uve migliori: Nivurana, Cannamele, Nivurama mustarda, Cascarola, Castiglione, Aulivella.
Mangerecce: Guagliana nera, Lunguvarda, Jiditella coglione di gallo."





Qualcuno di questi antichi vitigni esiste ancora ma la produzione di vino è calata di molto e serve solo per uso familiare.

Essendo le zone in cui si produce ( Donna Bianca, Colle di Ferruccio, Pietragrossa, Procitta ) comunque di alta collina, il mosto matura più tardi rispetto alla norma ( S.Martino ogni mosto è vino ), perciò l'assaggio del vino nuovo avviene agl'inizi di dicembre, e precisamente, come vuole la tradizione, il giorno dell'Immacolata ( 8 dicembre ).

L'associazione Comunalia, con l'intendo di far conoscere all'esterno questa nostra antica usanza, organizza la decima edizione della manifestazione "PERCIAVUTTI".

Nel cuore dei quattro quartieri del centro storico: Capo lo serro, Casalicchio, Costa, Torretta, saranno allestiti altrettanti "Vuttari" tipici in cui avrà luogo il tradizionale rituale della perciatura delle botti.

Il vino appena spillato, sarà offerto ai convenuti che potranno gustarlo accompagnandolo con cibi della più antica tradizione mormannese e con tanta musica e allegria.

Per questa decima edizione, sarà presente la conduttrice televisiva, Chiara Giallonardo, molto stimata nella cittadina per il trascorso programma "Mezzogiorno in famiglia".

Ma andiamo per ordine, la manifestazione avrà inizio domenica 5 dicembre, alle ore 11,00 con l'apertura della terza Mostra mercato di artigianato e prodotti tipici del Pollino, mentre alle ore 16,00 nelle suggestive cripte della Cattedrale di Santa Maria del Colle, si potranno ammirare fino al 9 gennaio i Presepi.

Al via lunedi 6 alle ore 20,00 con la seconda edizione de "Il Palio delle Botti ".

La mattinata di martedi 7 inizia con la visita guidata dei "4 Vuttari.
Quattro colpi oscuri alle 19,00 daranno inizio alla "Grande festa di PERCIAVUTTI".
Ogni quartiere sarà allietato da gruppi di musica popolare, allo scattare della mezzanotte il popolo si riverserà in Piazza Umberto, perchè la festa continui, tra balli, tarantelle e fuochi pirotecnici.

Siamo giunti alla fine, mercoledi 8 alle 10,00 seconda edizione de "Gara di tiro alla fune", a seguire le varie premiazioni, il saluto delle Autorità e l'aperitivo dei "4 Quartieri".

Perciavutti 2009


Perciavutti 2010

giovedì 11 novembre 2010

Un santo al mese : SAN MARTINO DI TOURS.



La nebbia a gl'irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de' tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l'uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d'uccelli neri,
Com'esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

(Giosuè Carducci)



Martino di Tours (Sabaria, 316 o 317 – Candes-Saint-Martin, 8 novembre 397) vescovo e confessore, venerato come santo dalla Chiesa cattolica (è uno tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa), dalla Chiesa ortodossa e da quella copta, era nativo di Sabaria Sicca (l'odierna Szombathely), in Pannonia (oggi Ungheria). Secondo alcune fonti san Martino sarebbe invece nato a Pannonhalma. La ricorrenza cade l'11 novembre, giorno dei suoi funerali a Tours.

Suo padre, che era un importante ufficiale dell'esercito dell'Impero Romano, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Con la famiglia si spostò a Pavia, e quindicenne, in quanto figlio di un ufficiale, dovette entrare egli stesso nell'esercito. Venne quindi mandato in Gallia; qui, ancora adolescente, si convertì al Cristianesimo e, dopo il congedo dall'esercito,divenne un monaco nella regione di Poitiers.


LA TRADIZIONE DEL TAGLIO DEL MANTELLO.

Quando Martino era ancora un militare, ebbe la visione che diverrà l'episodio più narrato della sua vita e quello più usato dall'iconografia e dalla aneddotica. Si trovava alle porte della città di Amiens con i suoi soldati quando incontrò un mendicante seminudo.
D'impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. Quella notte sognò che Gesù si recava da lui e gli restituiva la metà di mantello che aveva condiviso.
Udì Gesù dire ai suoi angeli: "Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito".
Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro.
Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia, ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi.
Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.


CONVERSIONE AL CRISTIANESIMO.

Il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che egli, già catecumeno, venne battezzato la Pasqua seguente e divenne cristiano. Decise, più tardi, di lasciare l'esercito e divenne un monaco presto seguito da alcuni compagni, fondando quello che si può definire il primo monastero d'occidente, nei pressi della città di Poitiers, a Ligugè.

Martino si adoperò per la conversione al cristianesimo della popolazione gallica, facendo molti viaggi per predicare nella Francia centrale e occidentale, soprattutto nelle aree rurali, demolendo templi e altari pagani.
Nel corso di questa opera divenne estremamente popolare, e nel 371 i cittadini di Tours lo vollero loro vescovo.
Martino fu un vescovo attivo ed un energico propagatore della fede.
Il suo prestigio si impose e si irradiò ovunque, sorretto dalle sue doti di carità, giustizia e sobrietà e dalla fama di taumaturgo.
Egli aveva della sua missione di “pastore” un concetto assai ampio, a differenza di molti vescovi del tempo, uomini di abitudini cittadine poco conoscitori della campagna e dei suoi abitanti.
Martino, uomo di preghiera e di azione, percorreva personalmente i distretti abitati dai servi agricoltori, le cui necessità spirituali erano immense, mettendo in pratica la sua grande intuizione: l'evangelizzazione delle campagne. A Tours Martino fondò un monastero a poca distanza dalle mura che divenne, per qualche tempo, la sua residenza.
Il monastero, noto in latino come Maius monasterium (monastero grande), divenne in seguito noto come Marmoutier.
L'ultimo suo atto fu ancora un gesto di concordia: si era recato, infatti, a Candes per mettere pace tra il clero locale, dove sopraggiunse la morte l'8 di novembre 397.

Martino lottò contro l'eresia ariana, in totale fedeltà alle conclusioni del Concilio di Nicea (325), consentendo di vincerla.

CULTO POPOLARE.

San Martino di Tours viene ricordato l'11 novembre, sebbene questa non sia la data della sua morte, ma quella della sua sepoltura. Questa data è diventata una festa straordinaria in tutto l'Occidente, grazie alla sua popolare fama di santità e al numero notevole di cristiani che portavano il nome di Martino. Nel Concilio di Macon, era stato deciso che sarebbe stata una festa non lavorativa.

La basilica a lui dedicata in Tours, l’edificio religioso francese più grande di quei tempi, fu tradizionale meta di pellegrinaggi medievali.
Nel 1562, in seguito alle lotte di religione che insanguinarono la Francia, fu messa al sacco dai protestanti e le sue spoglie date alle fiamme, tanto era il suo richiamo simbolico.
Durante il periodo della rivoluzione francese la basilica fu demolita quasi completamente; rimasero due torri, ancora oggi visibili.
Nel 1884 fu progettata una nuova basilica che fu consacrata nel 1925.

Molte chiese in Europa sono dedicate a san Martino. Tra queste Lucca ha dedicato a San Martino il suo Duomo.

L'11 novembre i bambini delle Fiandre e delle aree cattoliche della Germania e dell'Austria partecipano a una processione di lanterne. Spesso un uomo vestito come Martino cavalca in testa alla processione. I bambini cantano canzoni sul santo e sulle loro lanterne.
Il cibo tradizionale di questo giorno è l'oca.
Secondo la leggenda, Martino era riluttante a diventare vescovo, motivo per cui si nascose in una stalla piena di oche; il rumore fatto da queste rivelò però il suo nascondiglio alla gente che lo stava cercando. In anni recenti la processione delle lanterne si è diffusa anche nelle aree protestanti della Germania, nonostante il fatto che la Chiesa protestante non riconosca il culto dei santi.

In Italia il culto del Santo, che si espleta nel giorno della sua ricorrenza religiosa, è legato alla cosiddetta estate di san Martino la quale si manifesta, in senso meteorologico, all'inizio di novembre, e dà luogo ad alcune tradizionali feste popolari.

Nel veneziano l'11 novembre è usanza preparare il dolce di San Martino, un biscotto dolce a forma di cavaliere, decorato con confetti e caramelle.

Nel Salento, invece, l'11 novembre è occasione di ritrovo fra i giovani, che si incontrano nelle case di campagna per trascorrere la serata insieme, organizzando cene a base di piatti particolari quali carne arrostita e castagne. Sebbene non sia praticata una celebrazione religiosa a tutti gli effetti in tutto il Salento (salvo nei paesi dove San Martino è protettore), la festa di San Martino risulta comunque particolarmente cara alla popolazione locale. Il vino rappresenta la bevanda principale, nonchè quasi una sorta di simbolo, di questa "festa".

----------------------------------------- fonte : Wikipedia

domenica 17 ottobre 2010

220° ANNIVERSARIO della seconda consacrazione della CHIESA PARROCCHIALE DI SANTA MARIA DEL COLLE IN MORMANNO.

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Oggi 17 ottobre alle ore 18 si è celebrato il 220° anniversario della seconda consacrazione della Cattedrale di Mormanno.

La prima consacrazione avvenne nel 1568, come possiamo leggere di seguito nell'attestato trascritto dal reverendo don Giuseppe Pace (raccoglitore e ordinatore degli atti della chiesa, 1742).

ATTO DELLA PRIMA CONSACRAZIONE.

"EGO D.NUS JOANNES BAPTISTA SERBELLONIUS, MEDIOLANENSIS, EPISCOPUS CASSANENSIS, CONSECRAVI ECCLESIAM ET ALTARE HOC IN HONOREM ASSUMPTIONIS BEATAE MARIAE VIRGINIS ET RELIQUIAS SS.UM SIMONIS, IUDAE, DISCIPULORUM, ET PAULI APOSTOLI IN EO INCLUSI.
XV SETT. 1568, MERCURIDIES."

"IO DON GIOVANNI BATTISTA SERBELLONI MILANESE VESCOVO DI CASSANO CONSACRAI LA CHIESA E QUESTO ALTARE IN ONORE DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA MARIA VERGINE E LE RELIQUIE DEI SANTI SIMONE E GIUDA, DISCEPOLI, E DI PAOLO APOSTOLO TUTTE IN ESSA RACCHIUSE.
ADDI' 5 SETTEMBRE 1568, MERCOLEDI'."

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ATTO DELLA SECONDA CONSACRAZIONE.

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" IO SOTTOSCRITTO SACERDOTE DI MORMANNO,
CANCELLIERE VESCOVILE DI VICO EQUENSE, PER VERITA' E AD FACULTATEM, TESTIFICO E FACCIO FEDE COME QUALMENTE ESSENDOSI PERFEZIONATA LA FABBRICA DELLA CHIESA PARROCCHIALE DI SANTA MARIA DEL COLLE,
ATTESA DA PIU' ANNI L'ASSENZA DI MONS. GIOVAN BATTISTA COPPOLA, VESCOVO DI CASSANO, COL DI LUI PERMESSO E PREMURA DELL'ARCIPRETE E DEL CLERO COME DEL REGIMENTO E DEL POPOLO, FU INVITATO ALLA CONSACRAZIONE MONS. PAOLINO PACE VESCOVO DI VICO EQUENSE E CONCITTADINO,
PER LA QUALE A SUE SPESE PROVVIDE E FECE LAVORARE IN NAPOLI 12 CROCI INCISE IN MARMO, CON SUE CORNICI IN LEGNO INDORATO E ROTONDE 12 CORNUCOPIE D'OTTONE A GETTO, ED ALTRA CROCE DI LASTRA DI OTTONE PER LA PORTA, DELLE QUALI NE FECE UN DONO GRATUITO ALL'ISTESSA CHIESA.
ED AFFISSE E STABILITE NELLE MURA, COME SI VEDONO. ED IMPETRATA DAL SOMMO PONTEFICE PIO P.P. VI L'INDULGENZA PLENARIA PER QUELLI FEDELI LI QUALI CONFESSATI E COMUNICATI VISITERANNO LA DETTA CHIESA NEL GIORNO O IN ALTRO TRA L'OTTAVA DELLA CONSACRAZIONE,

IN QUESTA MATTINA DOMENICA XV DOPO LA PENTECOSTE E CINQUE SETTEMBRE 1790 CON L'ASSISTENZA DEL CLERO, CHIERICI DEL SEMINARIO, INTERVENTO DI NUMEROSO POPOLO A' SOLENNEMENTE CONSACRATA LA SU DETTA CHIESA IN ONOR DI MARIA SEMPRE VERGINE ASSUNTA IN CIELO DETTA VOLGARMENTE DEL COLLE.
CON TUTTE LE CERIMONIE E SACRI RITI PRESCRITTI DAL PONTIFICALE ROMANO, ESATTAMENTE OSSERVATI, E A TENOR DEL QUALE A' CONSACRATO IL MARMOREO ALTARE MAGGIORE DEL CORO, NEL DI CUI SEPOLCRINO SCAVATO IN MEZZO DELLA MENSA, CHIUSI E SIGILLATI IN UNA TECA DI PIOMBO FODERATA DI ARMISINO ROSSO, SONO STATE DEPOSTE LE RELIQUIE DELLE OSSA DEI SANTI MARTIRI: EUSEBIO, CLEMENTE, TEODORO, BENEDETTO, CELESTINO, IRENEO, CONCORDIO, VITTORE.
E INDI A' CELEBRATO LA MESSA NELL'ISTESSO ALTARE CONSACRATO.
PER L'ANNIVERSARIO DELLA CONSACRAZIONE DA CELEBRARSI IN AVVENIRE, A' DESTINATO ED ASSEGNATO LA TERZA DOMENICA D'OTTOBRE DI CIASCUN ANNO, CON L'OSSERVANZA DELLE RUBRICHE DEL MESSALE E DEL BREVIARIO.
E PER QUESTO GIORNO A' CONCEDUTO L'INDULGENZA DI UN ANNO E DI GIORNI 40 NELL'ANNIVERSARIO, GIA CONCEDUTE DALLA SANTA SEDE APOSTOLICA.
PRESENTI TESTIMONI: D.D. DOMENICO CALLES, CAPO ELETTO, FELICE ARMENTANO, SINDACO, NOTAIO LUZIO FAZIO ED ALTRI.
ACTA QUESTA NELLA SACRESTIA DELLA MEDESIMA CHIESA PARROCCHIALE NELL'ISTESSO DI' 5 SETTEMBRE 1790.
IO, DON NICOLA CERSOSIMO, O' ROGATO, BOLLO DEL VESCOVO, A SECCO, UNA COLOMBA SULLE ONDE E INTORNO UNA SCRITTA PAOLINUS PACE EPISCOPUS VIQUEQUENSIS."


( Su esplicita autorizzazione dell'autore prof. Luigi Paternostro. -MORMANNO UN PAESE...NEL MONDO. Carrellata storico-artistica su opere e uomini di chiesa- 2007 Phasar Edizioni, Firenze pagg. 37-38 )

sabato 18 settembre 2010

JIMI HENDRIX.

James Marshall "Jimi" Hendrix (Seattle, 27 novembre 1942 – Kensington, 18 settembre 1970)

Oggi 18 settembre ricorre l'anniversario di colui che senza dubbio può essere considerato il più grande chitarrista di tutti i tempi:

                  JIMI HENDRIX.

Lo ricordiamo con uno dei suoi cavalli di battaglia, la mitica "Hey Joe" ---------------------------------------

lunedì 28 giugno 2010

TRADIZIONI E CULTURA : " LE VALLIJE ".

" Le Vallije " sono balli che si svolgono solitamente durante la festa di Carnevale o dopo Pasqua, che vede gruppi arbëreshë snodarsi, ballando per le caratteristiche viuzze del paese, per poi arrivare nella Piazza centrale.

Qui si celebrano le gesta eroiche del condottiero Giorgio Castriota Skanderbeg, attraverso danze che evocano battaglie e canti in lingua Albanese.

Le ragazze del luogo, insieme con quelle di altri gruppi provenienti dai paesi Arbëresh di tutta l'Arbëria calabrese indossano i vestiti di gala in seta, impreziositi con galloni e preziosi ricami d'oro.

La vallija è costituita da una "catena" di Arbëreshë che si tengono per mano, cantando e danzando.

Agli estremi della catena, di solito ci sono 2 uomini che dirigono le danze.

La vallija si sposta sempre, come un drappello di soldati in battaglia, a volte temporeggia, a volte si apre e va incontro al "nemico"; così i balli si snodano nelle vie del paese per culminare nella piazza.

E qui che si può osservare la vallija muoversi in percorsi sinuosi in fila indiana e poi a sorpresa chiudersi a circolo.

L'immagine più forte è quella dell'accerchiamento, la vallija dopo varie schermaglie si richiude prontamente a cerchio intorno a un gruppo di persone del pubblico; gli spettatori sono in trappola, la vallija li condurrà al vicino ristoro dove potranno pagare il riscatto per la loro libertà.

Un elemento suggestivo è la Vallija degli uomini; a darle vita sono i "Plezit", i guerrieri di Skanderbeg.

Si tratta di una vallija rigorosamente eseguita con il canto a più voci, ogni strumento di accompagnamento risulta superfluo.

I "Vjershë"; i canti tradizionali intonati, sono quelli più antichi, ma trovano spazio anche strofe estemporanee.



sabato 29 maggio 2010

LA BASILICA DI SAN PIETRO IN VATICANO. Storia di un Paese.

























La Basilica di San Pietro in Vaticano è una basilica cattolica che si trova a Roma, nella Città del Vaticano, all'interno dello Stato Pontificio, a coronamento della monumentale Piazza San Pietro.

L'immenso edificio è spesso descritto come la più grande chiesa mai costruita e uno dei luoghi più sacri della cristianità.

La costruzione di San Pietro fu iniziata sotto Papa Giulio II, nel 1506, e si concluse nel 1612, regnante Papa Paolo V.

Si tratta in realtà di una ricostruzione, dato che nello stesso sito, prima dell'attuale basilica, ne sorgeva un'altra risalente al IV secolo, fatta costruire dall'imperatore Costantino nel luogo in cui sorgeva il circo di Nerone e dove la tradizione vuole che San Pietro, uno degli apostoli di Gesù, fosse stato sepolto dopo la sua crocifissione.

La basilica originaria era stata ripetutamente abbellita nel corso dei secoli, anche con opere di Giotto, fin quando, a metà del XV secolo, Nicolò V decise di avviarne una sostanziale ristrutturazione dopo un furioso incendio che (casualmente o no) distrusse buona parte della costruzione. Con la morte di quest'ultimo i lavori si interruppero e vennero ripresi da Giulio II che ne affidò la direzione al Bramante, il quale demolì completamente la vecchia basilica, progettandone una nuova a pianta centrale.

All'insieme delle opere necessarie per la sua realizzazione edile ed artistica, fu preposto un ente, la Reverenda "Fabrica Sancti Petri", del quale recentemente il Vaticano ha aperto gli archivi agli studiosi: fra i preziosi documenti catalogati vi sono migliaia di note, progetti, contratti, ricevute, corrispondenze (ad esempio fra Michelangelo e la Curia), che costituiscono una documentazione del tutto sui generis sulla quotidianità pratica degli artisti coinvolti. L'ente è tuttora operante per la gestione del complesso.

La campagna per la raccolta di fondi per la costruzione della basilica, effettuata in Germania con la vendita di indulgenze dal frate domenicano Johann Tetzel, fu una delle cause della riforma guidata da Martin Lutero.

La Basilica ha una lunghezza di 186 metri, la cima della cupola è alta 119 e la superficie totale supera i 15.000 metri quadrati. L’edificio può contenere, si calcola, 80.000 persone. La basilica ospita quella che secondo la tradizione è la tomba di San Pietro, posta sotto l'altare principale, che è coperto da un baldacchino sorretto da quattro immensi pilastri, tutti disegnati dal Bernini. Anche altri Papi sono sepolti nella basilica.

La Basilica sotto Clemente VIII
Con la morte di Giacomo della Porta, nel 1602, assunse la direzione della fabbrica Carlo Maderno, nel 1603 il papa Clemente VIII affidò la decorazione a mosaico della cupola al Cavalier d'Arpino, in essa erano rappresentati: Cristo, gli apostoli e busti di papi e santi, il tutto concluso entro il 1612, per la realizzazione delle pale d'altare, riportate successivamente a mosaico, il papa si valse di Pomarancio, Cesare Nebbia, Francesco Vanni, Bernardo Castello, Giovanni Baglione, del Cigoli e del Passignano.

La Basilica sotto Paolo V
Sotto papa Paolo V, il Maderno iniziò nel 1607 la facciata e nel 1609 la navata, entrambe concluse nel 1612, mentre tra il 1615 e il 1616, costruì la confessione a ferro di cavallo aperta davanti l'altrare maggiore. Per la decorazione scultore il papa si servì maggiormente dell'opera di Ambrogio Bonvicino: suo è il rilievo con La consegna delle chiavi posto sotto l'entrata principale, mentre per la decorazione ad affresco si servì di Giovan Battista Ricci di Novara, che lavorò agli affreschi della confessione e alla decorazione in stucco. Tra il 1616 e il 1617, Martino Ferrabosco innalzò la torre dell'orologio, abbattuta successivamente per far posto al colonnato del Bernini.

Quando nel 1626 fu infine dedicata da Urbano VIII, la basilica aveva la forma di una croce latina.

L'arte
La basilica è in sé un'opera d'arte, ma è anche composta da diversi elementi artistici di autonomo valore.

Molti famosi artisti lavorarono alla "Fabbrica di San Pietro". Dopo la morte del Bramante iniziò a lavorarvi Raffaello Sanzio, che modificò l'originaria pianta a croce greca in una a croce latina. Michelangelo, che servì come capo architetto per un certo periodo dopo Raffaello, riportò la pianta a croce greca ed eseguì il disegnò della cupola. L'opera fu completata da Carlo Maderno, che tornò di nuovo alla pianta a croce latina (stavolta su espresso ordine del Papa).

All'interno trovano posto centinaia di statue in marmo,, stucco e bronzo. Tra i monumenti funebri ne troviamo uno del Bernini e uno di Antonio Canova.

Celebre è la scultura di Michelangelo "La Pietà".

Artisticamente San Pietro rappresenta il trionfo del barocco romano, in auge proprio nel momento in cui la Chiesa, stato politicamente centrale nella storia europea, avvertiva il crescere del prestigio e della potenza degli stati nazionali di Francia e Spagna. La sontuosità architettonica e la ridondanza decorativa, già proprie dei canoni del barocco, ben rispondevano all'esigenza della Curia di rappresentarsi con una sperabilmente inarrivabile magnificenza. La basilica venne finalmente consacrata nel 1626 da Urbano VIII.

La sistemazione della piazza (1656-67) è dovuta a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), che realizza qui la sua opera più importante. Lo spazio è suddiviso in due parti: la prima a forma di trapezio rovescio con il lato maggiore lungo la facciata, la seconda di forma ellittica con l'imponente colonnato dorico sormontato da una robusta architrave.

Nel progetto berniniano compariva uno spicchio centrale in prosecuzione del colonnato, che, se realizzato, avrebbe nascosto la piazza e la basilica rispetto alla veduta frontale.

In questo modo, provenendo da Ponte Sant'Angelo, il visitatore, dopo aver percorso le vie anguste del Borgo, si sarebbe trovato all'improvviso in uno spazio vasto e solenne e avrebbe provato di stupore e meraviglia.
Va considerato a questo proposito che l'attuale Via della Conciliazione è il risultato della sciagurata opera di demolizione di un isolato lungo e stretto (Spina dei Borghi), concepita nel periodo fascista.


fonte: www.ratzingerbenedettoxvi.com

lunedì 15 marzo 2010

Scorpions.

--------STILL LOVING YOU----------


Gli Scorpions sono un gruppo musicale hard & heavy di grande successo, fondato nel 1965 nella città di Hannover (Germania) dal chitarrista Rudolf Schenker.

Influenzati largamente dall'atmosfera degli anni sessanta, gli Scorpions divennero famosi negli anni ottanta con i brani Still Loving You, Rock You Like a Hurricane, No One Like You e Wind of Change, che hanno rappresentato un importante punto di riferimento per le successive band di questo genere musicale.

-------WIND OF CHANGE---------


--------------RHYTHM OF LOVE----------------

martedì 23 febbraio 2010

SAN BASILE. Storia di un Paese.




Fondato da una comunità di albanesi verso il 1475-1480, venuti in Italia al seguito di Giorgio Castriota Skanderbeg, sorse intorno al Cenobio di San Basile Craterese da cui deriva anche il nome, e popolò intorno al monastero basiliano oggi Santuario di Santa Maria Odigitria uno dei soli tre monasteri di rito greco esistenti in Italia.

Si dice che uno dei monti che sovrasta il santuario sia il cratere di un vulcano, da qui la denominazione "craterese" data anticamente al Monastero di San Basilio (secondo il prof. B. Cappelli "craterese" da crateròs, il forte, il potente: attributo per San Basilio il Grande).

Proprio per le sue origini la maggioranza della popolazione parla la lingua albanese e professa la religione cattolica con rito greco-bizantino.

Fu feudo dei duchi di Castrovillari, di Nicola Integrato da Cariati e di Francesco Campolungo di Altomonte.

Nel 1617 passò al duca di Saracena, quindi, all'abate di Castrovillari e in fine, ai principi di Scalea.

Tra i suoi figli più illustri ricordiamo: Pietro Bellizzi (sec.XVIII) sacerdote e poeta; Costantino Bellizzi, eroe risorgimentale.

Gli abitanti si chiamano Sanbasiliani.

Il Monastero di Santa Maria Odigitria è la continuazione dell'antico monastero di San Basilio Craterese, fondato tra la fine del X secolo e l'inizio dell'XI.

Sorge in una panoramica posizione alle pendici di monti boscosi tra il maestoso massiccio del Pollino a nord e la sottostante piana di Sibari ad est.

La Chiesa di San Giovanni Battista è stata costruita dopo la venuta degli albanesi, verso la metà del XVIII secolo, precisamente nel 1791 come testimonia la data che si trova scolpita sul cornicione dell'edificio stesso.

Secondo le testimonianze orali, fu edificato dalle maestranze locali e dagli abitanti del paese, che per giorni trasportarono i materiali utilizzati.

Lavori ben più ampi furono eseguiti sulla costruzione per interessamento della Curia Vescovile di Cassano da cui San Basile dipendeva, per questo motivo, lo stile della Chiesa non è bizantino, ma barocco.

L'esterno dell'edificio, si mostra semplice, con un campanile non molto alto, dotato di campane costruite nel 1500, sicuramente appartenute al Monastero di Colloreto.

L'ingresso principale è costituito da tre porte di legno, opera di artigianato locale.

La planimetria della Chiesa è a croce latina con tre navate e con l'altare maggiore posto sotto l'arco trionfale.

L'architettura interna è tipicamente barocca con fregi e figure angeliche .

domenica 21 febbraio 2010

IL VERO " NOME " DI DIO.



Enzo Bianchi Priore di Bose.

1 - I GRANDI MAESTRI DELLO SPIRITO
IL PADRE NOSTRO COMPENDIO DI TUTTO IL VANGELO

IL VERO "NOME" DI DIO

Abba, papà. È una preghiera dal valore universale: oltre ai cristiani potrebbero recitarla anche ebrei e musulmani. Il libro di Enzo Bianchi priore di Bose, inaugura la nostra nuova serie di allegati.

Breve ed essenziale, poche righe appena, senza ombra di retorica e con parole scelte con cura, non una di troppo. È il Padre nostro, la sola preghiera che Gesù lascia agli apostoli e ai discepoli che gli sono accanto.

Il monaco Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose e fecondo scrittore, la spiega in un libro il cui sottotitolo riprende una celebre espressione di Tertulliano (un teologo nato a Cartagine e vissuto tra il 155 e il 230 circa) che la definì breviarium totius Evangelii, ovvero "compendio di tutto il Vangelo", di cui è buona sintesi.

Originario del Monferrato (è nato, infatti, a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943), laureatosi in Economia e commercio presso l’Università di Torino, alla fine del 1965 Enzo Bianchi si reca a Bose, una frazione allora abbandonata del comune di Magnano, in provincia di Biella, sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica che prende forma nel 1968 e che, oggi, conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle provenienti da cinque Paesi.

- Come definire il Padre nostro?

«È la preghiera che caratterizza ogni età della vita. Penso alla mia esperienza personale. Lo recitavo da bambino al mattino e alla sera, prima ancora di andare alle elementari. Oggi, monaco, lo prego a Lodi, Ora Media e Vespri, lo dico durante la Messa, mi affiora spontaneamente sulle labbra quando entro in una sperduta chiesetta di campagna o nella cattedrale di una chiassosa metropoli. E quante volte, sin da quand’ero ragazzino, l’ho sentito recitare, con un fil di voce, sempre più spenta, da persone in punto di morte».

- Per la prima volta ci si rivolge a Dio chiamandolo padre...

«Non ripetiamo errori antichi».

- Cosa intende dire?

«Non è corretto affermare che Gesù compie un taglio netto con il passato perché già gli Ebrei pregavano Dio chiamandolo avinu, cioè padre nostro. Semmai, Gesù introduce un termine più intimo, più affettuoso: abba, che significa papà, babbo».

- Perché solo due evangelisti su quattro ci raccontano la "consegna" del Padre nostro?

«Perché solo Matteo e Luca presentano Gesù a partire dai suoi grandi discorsi. Per Marco, la vita di Cristo è soprattutto un intreccio salvifico di eventi e di fatti, tutt’al più di parabole. Quello di Giovanni, infine, è il "vangelo altro", è meditazione pura».

- Nel suo libro esamina anche un testo poco conosciuto, Didaché.

«Si tratta di uno scritto antichissimo, che risale al primo secolo dopo Cristo ed è quasi contemporaneo dei Vangeli di Matteo, Marco e Luca, redatto da qualcuno che aveva seguito le predicazioni di Gesù. Didaché si traduce con il termine dottrina. Ci trasmette cose essenziali circa la vita quotidiana delle prime comunità cristiane e il loro modo di pregare. Anche lì troviamo la preghiera del Padre nostro».

- Il Padre nostro è patrimonio comune di tutti i cristiani, cattolici, protestanti e ortodossi...

«Sì. Risale certamente a Gesù e ne è prova il fatto che non contiene tracce di fede post-pasquale. Tra gli esegeti c’è chi vede nel Padre nostro una semplice traccia, una matrice, un canovaccio consegnato da Gesù ai suoi discepoli; c’è chi lo giudica il canone di ogni preghiera liturgica cristiana; c’è chi considera primitiva la formulazione di Luca o, viceversa, quella di Matteo e, di conseguenza, un restringimento o un ampliamento quella dell’altro. Queste differenti ipotesi non inficiano la comprensione profonda del Padre nostro: è una parola di Gesù che ha dato un frutto assolutamente autentico il quale, a seconda del terreno in cui è caduta, presenta grandezza, colore e sapore diversificati».

- Lei insiste molto sull’universalità del Padre nostro...

«Gesù proveniva da un popolo che sapeva pregare. Nel Padre nostro si riconosce la matrice orante di Israele; anche un ebreo potrebbe recitarlo, perché esso è conforme alla fede e all’attesa del suo popolo. Dico di più: il Pater potrebbe essere pregato anche da un musulmano, oppure da un credente di un’altra tradizione religiosa, perché si tratta di una preghiera rivolta a Dio con fiducia. Le domande in esso contenute sono quelle di ogni credente: pane, perdono, liberazione dalla prova e dal male. Rivela ciò di cui l’uomo ha bisogno, ciò che è veramente importante per la sua vita, e dunque ciò che chiunque di noi può chiedere con filiale abbandono a Dio, nella sua preghiera».

di Alberto Chiara